ADULTERIO:

 

 Affronteremo insieme un argomento drammatico, come quello del tradimento all’interno della coppia. Non ci limiteremo a fare solo della versettologia biblica, ma andremo più a fondo, tracciando un quadro globale che analizzi nel suo insieme, il vissuto e la dignità della persona ferita.

 

 

PER LA LEGGE CIVILE

 

La fedeltà coniugale, rappresenta uno dei punti più significativi e permanenti nell’impegno della donazione matrimoniale reciproca. La fedeltà tra i coniugi, costituisce infatti uno dei doveri fondamentali che scaturiscono dal matrimonio (oltre a quello della collaborazione, assistenza, ecc.).

Il principio dell’esclusività tra un uomo e una donna, rappresenta l’anima della società coniugale e sta anche alla base del principio giuridico della non libertà di stato come sancito dall’articolo 86 del Codice Civile, “Non può contrarre matrimonio chi è vincolato da un matrimonio precedente”, quindi non è consentita la coesistenza di più due comunioni di vita contemporaneamente.

 Ma ora analizziamo il significato del termine “adulterio” nella sua etimologia: esso trae origine dall’espressione latina “ad alterum” , cioè andare verso un altro. Pertanto, l’adulterio si può definire come un agito legato ad una relazione che ha come primo movente l’interesse sessuale  fra due persone, al quale si può associare anche l’aspetto sentimentale, ma non sempre. Spesso, i protagonisti di tale vicenda, sono coppie extraconiugali, in cui almeno uno è già sposato con un altro soggetto. In questo frangente, ci troviamo di fronte ad una violazione della fedeltà coniugale.

Il Diritto Romano, in vigore dalla data convenzionale della Fondazione di Roma (753 a.C.) fino alla fine dell'Impero di Giustiniano (565 d.C.), per ben 13 secoli ha costituito l'ordinamento giuridico, dal quale abbiamo ereditato l’ispirazione delle nostre leggi di civiltà. Al tempo degli antichi Romani, l’adulterio della moglie era sanzionato come reato punibile con la pena di morte, eseguita dal marito o da altri familiari di sesso maschile. Diversamente, il marito adultero era punito con sanzioni pecuniarie, comportanti la restituzione della dote, se dal fatto derivava il divorzio.

L'adulterio, nel Diritto Italiano nel 1930 veniva classificato in base all'art. 559 del Codice Penale il quale stabiliva che:

“La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. Con la stessa pena è punito il correo dell'adultera. La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina. Il delitto è punibile a querela del marito”.

Oggi l’infedeltà coniugale non rappresenta più un reato, da quando due sentenze della Corte Costituzionale (n.126/1968 e n.147/1969) hanno dichiarato illegittimi gli articoli 559 e 560 del Codice Penale, tuttavia rappresenta ancora un fatto di elevata rilevanza sul piano giuridico.

 

IL CONTESTO STORICO E SOCIALE NELLA BIBBIA

 

Nella Bibbia, l'adulterio è considerato un peccato, inteso come rapporto sessuale volontario di una persona sposata, con altre al di fuori del vincolo coniugale. Quando un individuo sposato ha rapporti sessuali con chi non sia il proprio coniuge, commette immoralità. Infatti, il significato primo del sostantivo “fornicazione” deriva dal latino “fornicāre” derivato a sua volta dal greco 2fornix”, appellativo dato alla sede di lavoro delle prostitute. Lo stesso dicasi dell’ebraico zenut, espressione intesa come fornicazione, legata a prostituzione e lussuria.

Per cui, nel pieno rispetto dei significati reali e originari delle parole,  il sostantivo greco porneia, sta ad indicare il rapporto di un uomo con una prostituta. Se quest’ultimo è sposato, ecco che diventa adulterio. Non a caso, le statistiche odierne dicono che in Italia  abbiamo 9 milioni di fruitori del sesso a pagamento, ed il 70% di loro sono sposati, come volevasi dimostrare. Per questo, la condanna che Paolo esterna in 1 Corinzi 6:16-20, trova oggi come allora, un senso preciso, essendo rivolta ad uomini regolarmente sposati e o scapoli.

E che dire della frese paolina alla fine del versetto 18 di 1 Corinzi 6, che dichiara “ma il fornicatore pecca contro il proprio corpo”? La risposta si trova nelle malattie che si contraggono dai rapporti sessuali con prostitute, come clamidiosi, epatite  B, gonorrea, herpes, linfogranuloma venereo (LGV), sifilide, prostatiti batteriche, ecc. Non è infrequente che un gran numero di donne abbiano scoperto l’adulterio del marito, contraendo per contagio una di queste patologie.

Nella Mesopotamia del Vicino Oriente, c’erano molti santuari o templi dedicati alle divinità dell'amore, luoghi nei quali la prostituzione sacra era divenuta una pratica comune. Teniamo presente che al di fuori di Gerusalemme l’ambiente sociale in cui erano fondate le prime Chiese, si nutriva del retroterra della cultura greco-romana. Ciò è stato documentato da Erodoto, padre nobile della Storia, intellettuale greco vissuto nel V secolo a.C., attento indagatore degli usi, dei costumi e della religione dei Greci.

E così, la società della Chiesa antica, tra eroici martiri e falsi credenti ( “…ma quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore…” - 1 Corinzi 5:11) trova un freno nell’imperatore Costantino, il quale,  nel IV secolo, oltre a far cessare le persecuzioni, fece anche abbattere i templi in cui si praticava la prostituzione, per sostituirli con Chiese, così come testimonia l’antico storico del cristianesimo Eusebio di Cesarea nella sua opera “Vita di Costantino” ai canoni 3.55 e 3.58.

 

 LA CONDANNA NELLA BIBBIA

 

L'adulterio è fermamente proibito nella Bibbia, perché va a violare il concetto della santità della famiglia e del matrimonio (Esodo 20:14; Deuteronomio 5:18). Più specificatamente questo peccato è descritto in Levitico 18:20 "Non avrai relazioni carnali con la moglie del tuo prossimo per contaminarti con lei". Nell'Antico Testamento, questa infrazione è considerata tanto grave da meritare la morte (Levitico 20:10).

Dato che la pena di morte poteva essere inflitta nei confronti di una persona "colta in flagrante adulterio", la donna sospettata dal marito d'aver commesso tale atto, doveva essere sottoposta ad un processo pubblico, per stabilire la sua innocenza o essere manifestata come peccatrice da un giudizio divino (Numeri 5:11-31 / Giovanni 8:4). Sebbene l'adulterio fosse condannato dalla legge divina come una grave trasgressione (Giobbe 31:9-11), esso non poteva essere estirpato; difatti, sia uomini che donne si macchiavano sovente di tale colpa (Giobbe 24:15; 31:9; Proverbi 2:16-19; 7:5-22). Anche il re Davide si rese colpevole di un adulterio quando si unì a Betsabea, uccidendo il di lei marito, Uria l’Ittita (2 Samuele 11:2-5). Quando egli si pentì sinceramente di una simile azione (Salmo 51:1-19), dovette passare attraverso il dolore della morte del primo figlio concepito con Betsabea.

 

L’adulterio, per chi lo commette, è un peccato che rompe la intima relazione con Dio, ci fa “abortire” dalla grazia, salvo un profondo e sincero pentimento. E per chi lo subisce, vi è la libertà di contrarre nel suo futuro nuove nozze.

RISVOLTI PSICOLOGICI

Chi è vittima di un tradimento, sperimenta una forte e profonda sensazione di sofferenza. E dunque, bisogna far uscire tutte le emozioni: è terapeutico in questi casi, decomprimersi, provando a scrivere quello che è il dolore, la rabbia e le altre emozioni che si stanno vivendo. Un diario personale, in questi casi può essere di aiuto. Che fare? Se il coniuge infedele è pentito, bisogna perdonare? Se ci ha lasciati, come poter sopravvivere al dolore? Non bisogna mai prendere decisioni affrettate: è consigliabile concedersi del  tempo, per poter scegliere a mente lucida se continuare o interrompere il nostro legame. Meglio non prendere decisioni affrettate di cui ci si potrebbe pentire in seguito. La possibilità data al coniuge tradito di poter divorziare, non significa che lo si debba fare sempre e ad ogni costo. Ricordiamo come valido l’orizzonte divino che spera così:  “Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi” (Matteo 19:6), anche i quei casi in cui, al netto dell’infedeltà subita, “l’amore è più forte della morte” (Cantico dei Cantici 8:6-7.

 

 

  Luigi Pecora